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LIMBI ªI LITERATURI STRÃINE

2 0 0 4

  

IPERTESTO ED ORIGINALITÀ NELLA POESIA DI

ANTONIO CATALFAMO

 

DOINA CONDREA DERER

L’ultimo volume di liriche di Antonio Catalfamo[1], Le gialle colline e il mare, il sesto pubblicato da lui negli ultimi quindici anni,  produce un forte impatto sul lettore, sia questo il comune, empirico, “ingenuo” lettore di poesia o il lettore “ideale” (per usare il termine di U. Eco), buon conoscitore di autori novecenteschi, ma non solo[2], in grado di rafforzare il genuino diletto estetico con osservazioni sulla bravura tecnica dello scrittore.

Le due categorie di lettori hanno in comune il piacere di immergersi in un testo di grande liricità, ma nel contempo di insolito vigore dovuto all’impegno etico, sociale, politico – esplicitamente assunto –, vigore meglio percepito dopo la lunga stagione europea di geloso  culto per la letterarietà e per il ludico artistico.

I due lettori fanno invece diversamente i conti con i ricorrentissimi rimandi testuali a personalità, il più delle volte scrittori (con puntuali riferimenti biografici), ai loro personaggi o sintagmi  e con le azzeccate citazioni.

Il lettore empirico  si sente probabilmente attratto dal senso di vaghezza che i rimandi a referenti a lui sconosciuti suscitano e, forse, incuriosito, desidera di saperne di più; ma  la fruizione  estetica non viene intaccata.

L’altra categoria di lettori si sente probabilmente immersa nel fascino che i ricordi culturali creano istantaneamente grazie ad un meccanismo simile a quello metaforico, per cui si percepiscono nello stesso tempo due elementi diversi valorizzati sinergicamente dal loro accostamento. In parole povere, non si tratta semplicemente del piacere dell’erudita che identifica al volo la fonte o la situazione che sta all’origine di un’immagine o di un’asserzione – piacere avvilito da quando i mezzi elettronici permetttono accurati commenti intertestuali – ma di un piacere che solo l’arte autentica crea.

Infatti colpisce non tanto la frequenza con cui Catalfamo ricorre ai testi di vari antecessori[3]  dialogando per mezzo dei suoi versi con essi, quanto la sua capacità di introiettare i loro problemi, i loro mondi, di farne materia personale, sofferta. L’assimilazione è resa possibile perché sono state appunto queste personalità quelle che hanno plasmato l’eticità  del Nostro, imponendogli una scala valorica. Si tratta di autori italiani e stranieri, tra questi ultimi emblematica essendo la figura di Pablo Neruda, poeta dell’amore (Nerudiana), che ha trasformato il mito in realtà (Il mito e Neruda). Una delle parole-spia del volume è appunto mito, frequente anche nei titoli.

Più di tuttti è privilegiato però Cesare Pavese. Prima per mezzo di vari titoli, a partire da quello della raccolta, che rimanda alle colline, alle Langhe (rese famose dallo scrittore piemontese) e ad una delle sue più note poesie,  Mari del Sud. Titolo omonimo ha la lirica di Catalfamo che chiude la terza sezione del libro, L’eterno cammino, dove, rivolgendosi ad una fanciulla ionica  ricorda le costanti pavesiane, cioè il mito del mare, insidioso, taciturno, / e la morte, come un filo /  strappato con i denti, / senza tanto clamore.

Questi versi fanno già vedere come arrivano a dare sostanza poetica ad una creazione originale elementi all’origine libreschi o biograficamente referenziali. Difatti Pavese si era dedicato anche alla metaletteratura – con saggi o  notazioni diaristiche sul mito e sulla storia – e, ahimé, aveva strappato il filo della sua tormentata vita, chiedendo a tutti di tenersi lungi dal clamore.

Singole allusioni a  titoli pavesiani, come I dialoghi con Leucò, spuntano in circostanze e versi inaspettati: Tu hai letto il mito e Leucò,  troviamo nella poesia 25 Aprile, dove il deittico rimanda ad una ragazza contadina col sorriso di pesca che parla della pace dopo la guerra, / della mediazione come filo / che accorcia le distanze.

Il nominalismo, in sé antipoetico, acquisisce valenze estetiche nei versi di Catalfamo, in quanto la carica memoriale in esso racchiusa, aggiunge multiple, fertili connotazioni all’asettico valore denominativo. La stessa funzione spetta agli inconfondibili nomi propri di persona  (Anguilla, Nuto, le tre infelici sorelle della Luna e i falò, ecc.) e ai toponimici dei libri del maestro, a partire dalle due località-matrice per il piemontese, Santo Stefano Belbo e Torino.

Pavese appare a volte da vero personaggio (alcune poesie, pur  brevi, hanno intarsi epici), anche quando viene semplicemente citato; i lunghi conversari con Davide Lajolo, ad esempio, cui si fa cenno, ricreano il clima di fascino consostanziale al mito che satura le pagine sugli astri e i fuochi  del noto capolavoro. Il fatto è tanto più notevole quanto il riferimento libresco, calato in una storia amorosa personale, viene sdrammatizzato per dar risalto all’ affetto genuino: Sospendiamo, per un momento, / la nostra disputa su mito e realtà, / perché non nuocia alla vigna.  /... Godiamo i biondi aranci / e il fico dalla camicia lacerata. (la poesia Sospensioni)

Accanto all’autore della Luna e i falò ci sono tanti altri piemontesi insieme a tratti definitori dei loro ambienti:  Dal finestrino guardo / tra nuvole di fumo / le terre di Fenoglio, / di Pavese e di Lajolo, / distese al sole,   si legge nella lirica A ritroso.

Ma quasi tutta la materia poetica della raccolta lirica in discussione scaturisce dal viaggio memoriale appunto a ritroso, che recupera persone del passato, momenti storici cruciali, ma anche principi morali e verità perennemente validi sulla sacralità della vita, del lavoro, dell’amore e sulla forza della femminilità oppure sulla comprensione, sulla mediazione pacificatrice, sulla saggezza inalienabile.

Nel ricordare altri piemontesi non si possono tralasciare poesie come quella  intitolata A Beppe Fenoglio, appartenente allo stesso ciclo, in cui, a distanza di due generazioni, il poeta  rivive con straziante lucidità gli eventi dei giorni di combattimento fratricida durante la Resistenza, che  non fu / un gioco a guardie e ladri, quando la città di Alba, presa in duemila e persa in trecento ha visto qualcuno giacere su un cuscino di sasso.

Nella poesia 25 Aprile, già ricordata, vengono riportate le parole registrate dal cunese Revelli, parole pronunciate da un  vecchio partigiano, / scampato a Mauthausen: Il fascismo è il risveglio della morte.

Ma Catalfamo rievoca anche il “blasonato” Carlo Levi, riverito dai contadini lucani (Duca), Leone Ginzburg, che uscì nella tempesta fascista e non fece ritorno (Foto-ricordo[4]), come pure Gaspare (Pajetta), cui piaceva parlare agli operai (Torino).

L’elenco potrebbe continuare, tanto più che non sono infrequenti le presenze di personaggi storici o solo letterari, creati da scrittori di varie zone d’Italia e del mondo, con le loro terre: i contadini di Rocco Scotellaro, che credeva che dopo gli eroi verranno / gli uomini consapevoli (La mimosa ), la Roma dei gerani rossi sulle ceneri di Gramsci evocate da Pier Paolo Pasolini e la Casarsa, dello stesso, nominata in Paralellismi.

Quest’ultimo titolo offre la chiave interpretativa per gran parte della lirica di Catalfamo che  ostenta l’origine intertestuale della sua opera. L’universo fatto di elementi fittizi e  storici dei suoi autori preferiti è a tal punto entrato nella sua coscienza e  sensibilità che gli viene spontaneamente in mente anche quando ripercorre la propria parabola esistenziale. 

Se lo ritrova semplicemente come termine di paragone illuminante: Anch’io, da ragazzo, / mi stendevo nudo sui sassi, / come Pasolini ai tempi di Casarsa[5].    

Lo propone come punto di riferimento, con la speranza che la storia possa fare da maestra: La Resistenza è in queste vigne / screziate di sangue, / nelle mani ruvide di Nuto, / che costruiscono viole,  / danno la vita, ma anche la morte. (Fanciulla veneta)

Lo  individua  nei giudizi o negli atti dei suoi interlocutori : A sedici anni / sei venuta a seguire / le orme di Pavese  ... Tu sei il mito / che si fa storia e scorre / nelle vene azzurre della fronte. (Il mito)

Lo scopre nella continuità della realtà stessa, fatta di gesti ancestrali, come quello con cui il contadino – non solo piemontese – contende il terreno alla gramigna, o addirittura in tempre umane, come le frute furlane della poesia La ragazza di Udine, che aveva fatto breve sosta / al nostro tavolo pavesiano ... un po’ pavesiana, un po’ saffica, che nuota libera, / affronta correntini, / si stende nuda / sui sassi di Tagliamento, / i riccioli bagnati sul viso / e il sorriso di melograno.

L’amore, massima espressione dell’attaccamento alla vita, viene contrapposto agli orrori della violenza nella poesia La staffetta che, infrangendo (con disinvoltura postmoderna) i piani temporali,  fonde la figura dell’ex partigiana, la ragazza contadina (che con ampie pedalate attraversa ponti e fossati e  porta messaggi nascosti / nel petto di colomba) con quella della propria amata in un temuto indomani: Ci ameremo tra i filari, / correremo, mano nella mano, / lungo i sentieri delle capre. La verde pupilla sorriderà, / le guance rosse come pomi. / Incideremo i nostri nomi / nei boschi di betulle / e nessuno cancellerà la nostra Resistenza, / pura luce nella nuova follia criminale.

Più forti della  distruzione sono dunque l’amore (unico antidoto / contro la morte, / ... dura vittoria della specie / sull’individuo[6]) e  la femminilità ineffabile, suggerita dalla figura della madre,  la verde libellula,  / che vola leggera / tra rombi di guerra.[7]

La misura in cui l’universo altrui, anche geografico, è diventato il proprio, concreto mondo – e non prima stesura di un palinsesto -  risalta  anche dai versi rivolti all’amata: Sei la terra bianca, argillosa, / la terra dura dell’alta Langa, che resiste alla zappa, / ... (Nuovi miti)

L’adesione di Antonio Catalfamo ai valori dell’aspra moralità non contraddice, anzi dà risalto, all’invadente tema amoroso. Le  figure femminili suggeriscono al poeta sorprendenti paragoni e metafore (prevalentemente vegetali) che esaltano la sensualità nonché appellativi che rimandano al Cantico dei cantici, d’altronde ricordato: passerina stretta nel pugno, uccello smarrito derubato dal nido, capretta affamata; viso di lepre; zigomi scolpiti,  rosa rossa in testa ai filari, cedro carnoso selvatico, esile betulla nella tempesta; occhi d’uva nera o addirittura vegetali, occhi verdi / come il mare che si abbatte sugli scogli; sorriso di prugna, di uva, altrove di melograno oppure di mandorle amare; lo schiocco delle labbra / è volo di rondine smarrita; collo scuro di pantera, seno di cannella, seni di gattina; labbra di miele; baci / rossi come angurie, / come gerani che esplodono nei balconi; capelli viola, altrove d’ebano; fianchi di marmo; ventre di miele, cosce di pero;  voce rauca del vento, / della pioggia, che scava / caverne nel ventre della terra,  ecc., ecc.

Se nella maggior parte dei versi in cui viene suggerita o c’è una presenza femminile vibrano di  ebrezza sensuale[8], la poesia finale Resurrezione si sofferma sull’ipostasi della donna-compagna fedele sull’impervia strada della vita. La coppia va avanti anche dopo le sconfitte, dopo il naufragio, mano nella mano (non isolati come il vecchio lupo di mare ungarettiano), sorretti anche dal loro comune amore per la letteratura: Insime abbiamo attraversato / il deserto di neve, / come soldati sconfitti / laceri e stanchi. / Insieme siamo tornati alla vita, unendo le nostre povere mani, / scambiandoci il fiato, / parole incomprensibili / in codici irrelati, / e leggendo Tolstoi. Non più la speranza, non più sogni utopistici come  in un componimento anteriore: Forse un giorno galoperemo / insieme nella Patagonia,  / costruiremo la Città del Sole, / in cui l’uomo si fa poeta / e ama e vive senza imposture[9].

E’ fuori dubbio che l’autore di tali versi (versi di legno duro, costruiti con l’ascia tagliente[10], per cui la poesia è vita  e non  muta ferraglia come  per il meccano/ dei critici ludici[11]) si assume con responsabilità il compito di meditare sulla funzione dell’arte, sul percorso umano fatto di gioia intensa, ma anche di pericoli, di gravi errori e immeritate sconfitte.

Quello che forse sorprende (non lo dovrebbe fare?) è il periodo storico preferito dal Nostro, diventato un topos, per cui si indietreggia ai tempi di Pavese e di Neruda, e, correlativamente, alla letteratura dell’impegno, sacrosanta in quel giro di anni.

Antonio Catalfamo è nato, anagraficamente, proprio negli anni in cui la letteratura sulla Resistenza annunciava con La ragazza di Bube di Carlo Cassola che l’interesse per essa si stava  esaurendo. I figli di coloro che avevano fatto la Resistenza e avevano scritto nell’atmosfera entusiastica creatasi su di essa avevano preso man mano le distanze, a volte ridimensionando, nella maggior parte dei casi volgendo semplicemente altrove i loro interessi: sull’alienante società industriale del boom economico, sulle nuove lotte politiche, sullo scontro generazionale culminato alla fine degli anni ’60, ecc.

A loro volta, i figli di questi (e nipoti di coloro che avevano vissuto gli anni del fascismo, del conflitto mondiale, dell’immediato dopoguerra), formati ormai nell’età informatica, quando persino la letteratura sulla società industriale è stata quasi abbandonata, ritornano, con nuovi mezzi espressivi, alla  tematica e ai sintagmi consacrati (classe operaia, lotta di classe, ecc.) dei  decenni  anteriori alla loro nascita.

Questo fanno pensare Le gialle colline e il mare di Antonio Catalfamo.

E non solo. La sua opera, che “tende a richiamare col passo della poesia le coscienze appisolate o frastornate”[12], è pervasa da un acuto senso di allarme, come se ci fosse nell’aria il presentimento che la tregua stesse per finire. E’ lo stesso senso provato decenni prima da Primo Levi, non a caso presente all’interno di una poesia con  i termini-chiave tregua e alzarsi.


 

[1] Antonio Catalfamo (nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1962),  oltre a essere un poeta, narratore e saggista in piena creatività e coordinatore dell’Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo a Santo Stefano Belbo, la località di origine di Cesare Pavese, insegna Letteratura Italina presso l’Università di Messina. Il volume Le gialle colline e il mare, Lecce, Manni, 2004, comprende più di cinquanta componimenti raggruppati sotto il titolo Diario pavesiano e un’altra cinquantina di liriche divise in tre parti: Passato e presente, L’eterno cammino, Poesie inedite. L’introduzione entusiasta al volume è dovuta a Roberto Roversi.

[2] Visto che le allusioni, come quella alle Operette morali leopardiane, all’utopia di Campanella, a Savinio e Sciascia, ecc.,  rimandano anche ad altre epoche.

[3]  Catalfamo, anche agguerrito teorico, parla nella poesia Maya del dialogo intertestuale con Pavese.

[4] La poesia completa, in una sorta di evasione onirica, l’immagine bloccata da una fotografia realmente scattata con l’immagine scaturita dalla fantasia del poeta immerso nell’atmosfera pavesiana.

[5] La poesia Parallelismi.

[6] La poesia Commiato.

[7]  La poesia L’anello forte.

[8]  La sensualità è tanta che a volte la natura stessa viene antropomorfizzata, assumendo tratti di donna procace. Ma non  mancano le poesie ispirate alla figura materna, in genere alla donna-madre; Preghiera , Maternità  lo possono illustrare.

[9]  La poesia Commiato.

[10] La poesia Nerudiana.

[11] La poesia Ultime tristezze.

[12]    ROBERTO ROVERSI, Introduzione al vol. citato, p. 8.

 

   

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