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LIMBI ªI LITERATURI STRÃINE

2 0 0 4

 

 

IL PERCORSO DELL’EROE EPICO RINASCIMENTALE

DALL’ERRANZA ALLA CONQUISTA

 

CORINA ANTON

Scrivere di eroi erranti nel ’500 non è lo stesso come nell’XI secolo. In pieno Rinascimento, la figura del cavaliere errante diverte, non più infiamma l’immaginazione. Muoversi nello spazio chiuso delle foreste incantate con fontane di marmo nelle radure, fra castelli e ponti guardati da giganti minacciosi è ormai diventato gioco convenzionale. I poemi cavallereschi rinascimentali non sono semplici rifacimenti di storie con cavalieri, donzelle e draghi. L’epica si presenta come una struttura fluida, capace ad accogliere tutto ciò che la sensibilità della relativa epoca riteneva come significativo. Infatti, su una struttura ereditata dalla produzione letteraria medievale, gli autori del ’500 innestano i sogni e i valori della propria epoca.

Numerosi esegeti hanno tentato di individuare il posto stesso occupato dalle rappresentazioni della realtà nei poemi cavallereschi. C. S. Lewis, analizzando la struttura a strati dell’epica italiana, identifica uno strato superficiale, quello delle storie cavalleresche con sfumature di meraviglioso e di fantastico, ed uno strato profondo, quello delle originali chansons de geste. Fra questi due si troverebbe lo strato della realtà, della vita quotidiana, del viaggio, della guerra e dell’amore nel mondo mediterraneo[1]. Un altro critico, Roger Baillet, in uno studio sull’Ariosto, propone una statistica in questo senso: alla rappresentazione della realtà, a cui accenna sia all’inizio dei canti, sia in mezzo alla finzione, l’Ariosto ha dedicato 400 strofe, l’equivalente di 4 canti[2]. In questo punto, occorre una precisazione: Baillet si riferisce alle allusioni ad eventi e persone contemporanee ad Ariosto. Lewis, invece, con il termine di „realtà” intende piuttosto la realtà mentale, quell’insieme di idee, opinioni, atteggiamenti che caratterizzano una società in un momento della sua evoluzione. In letteratura cioè, il clima mentale dell’epoca si manifesta non solo nella selezione dell’oggetto, ma soprattutto nella visuale su tale oggetto: temi, situazioni e personaggi vengono modificati, arricchiti o semplificati, disposti in un’altra configurazione.

L’impatto delle scoperte geografiche sulla produzione epica, alla quale esse sono indissolubilmente legate, rimane ancora un vasto e complesso argomento di ricerca. Comunque, ci sarebbero da notare due effetti diversi, opposti ma direi complementari: la dissoluzione dell’eroe errante, l’emergere dell’eroe conquistatore. Dopo il momento 1492, gli europei devono ripensare il proprio rapporto con l’enorme spazio inesplorato che si stende al di fuori dei confini dell’Europa. La rivalutazione della propria posizione nell’universo si riflette nella profonda modifica operata dagli scrittori di poemi epici rinascimentali sul tema della quête. L’inchiesta tradizionale subisce un processo di decostruzione e trasformazione. Al centro dell’epica rinascimentale si trovano la ricerca non del Graal, ma dell’inafferrabile, il desiderio indefinito e mai appagato, l’erranza che finisce solo con la fine del testo. Il poema rinascimentale, con la sua trama intricata, con la sua struttura labirintica in cui si smarriscono i personaggi, sembra di prolungarsi oltre le pagini finali, di continuare il suo movimento disordinato al di là dei margini imposti al testo. L’irrequiettezza stessa dei personaggi, mai fermi, sempre fluttuanti fra un posto e l’altro, indica un grande cambiamento mentale: l’uomo smette di agire entro uno spazio chiuso, entro forme chiuse di vita, e si mostra sempre più propenso a conoscere in modo effettivo quello che c’è al di là del mondo familiare. C’è da notare anche il fatto che uno dei più recenti esegeti dell’Ariosto, Corrado Bologna, ritiene che il vero tema dell’Orlando furioso è la conoscenza[3]. I poemi epici cinquecenteschi sono, tra l’altro, anche grandissime storie di viaggi; tutti i personaggi sono in continuo movimento, si spostano incessantemente da un luogo all’altro; la vicenda stessa si svolge in varie regioni del mondo. Gli studiosi hanno individuato le carte geografiche genovesi come fonte d’ispirazione per la descrizione dei viaggi dei personaggi ariosteschi, che comprendono l’Europa Occidentale e Centro-Orientale, gran parte del continente asiatico, l’Estremo Oriente e l’Africa[4]. L’Ariosto dunque include nelle sue opere le informazioni che aveva sul mondo fin’allora conosciuto, introducendo nel testo dati significativi per l’immaginario geografico della sua società.

Bisogna però osservare che questa grandissima apertura segnata dalle scoperte geografiche porta con sé anche qualcosa di angoscioso: l’uomo si trova a volte indifeso di fronte all’ignoto, smette di occupare una posizione centrale in un universo ben stabile e con limiti chiari, intuisce di essere una piccola parte di un universo infinito. Da qui nascono una certa insicurezza e nostalgia nei confronti del passato, controbilanciate dalla curiosità e da un’enorme disponibilità di conoscere. L’Ariosto riesce a sorprendere benissimo questa tensione, quest’oscillazione fra spinte contrarie, e ad imprimerla nella struttura dei suoi personaggi, che passano da un’avventura imprevedibile all’altra.

E allora, qual’è la risposta a quest’angoscia nata dall’allargamento dell’orizzonte? Da dove viene la soluzione?

Paradossalmente, sono sempre le scoperte a fornire l’antidoto all’insicurezza di fronte all’ignoto. I poeti rinascimentali ordinano il movimento caotico dei cavalieri erranti subordinandolo a un progetto ideologico. Così, l’antica inchiesta si avvicina alla moderna esplorazione fino ad esserne assimilata.

Il critico Sergio Zatti osserva in un suo studio l’incontro fatale fra scoperte ed epica, la quale si appropria il tema dell’esplorazione e della conquista[5]. In un momento di sospensione della narrazione, gli autori introducono quello che lo stesso Zatti chiama il topos profetico-geografico, presente nell’epica del periodo: durante la navigazione per mari mai percorsi, si svolge un dialogo fra l’eroe e un’autorità sovrannaturale e, proprio a partire dal meccanismo di divieto o consenso, il dialogo introduce una prospettiva futura che, aggettando sul presente della scrittura, assume carattere di profezia, ovviamente post eventum[6]. In questo dialogo, la tradizione occupa un luogo del tutto speciale: l’evento storico viene proiettato entro una dimensione mitica[7]. L’eroe esploratore rinascimentale nella sua vicenda riassume una lunga serie di imprese anteriori, ma ha nello stesso tempo il sentimento di aver superato tutto ciò che c’era stato in età precedente. Il presente afferma orgogliosamente la propria superiorità nei confronti del passato.

Un altro fatto notato dallo stesso critico è l’unione fra epica e un’ideologia del potere che giustifica l’imposizione dei valori europei sulle altre civiltà in nome della ratio occidentale e cristiana[8]. Il poema epico tende ad integrare nel suo quadro stabile ed organizzato la materia varia, multiforme ed inquietante offerta dalle scoperte, in questo modo esorcizzandola, per citare sempre Zatti.

L’eroe errante, divenuto ormai anacronico, si ritira per far entrare in scena quello che si suppone di essere il vero eroe moderno: il conquistatore. I paladini di Carlomagno, i cavalieri di Goffredo di Buglione sono i protagonisti dei poemi rinascimentali; ma gli eroi propriamente detti sono Colombo, Cortez, Carlo V, in quanto personaggi simbolici che sintetizzano le aspirazioni della loro epoca.

Qual’è la figura che suscita l’interesse massimo, con cui s’identificano gli europei del Cinquecento? In questa dissoluzione del modello dell’eroe epico, chi risponde alle nuove aspirazioni è l’eroe cristiano con la spada in una mano e la croce nell’altra. Il personaggio reale, con un’esistenza storica, dello scopritore penetra nell’immaginario, diventando il portavoce dei valori dell’epoca. Fernando Cortez, Vasco da Gama, Amerigo Vespucci, Cristoforo Colombo passano dalla storia nell’epica rinascimentale, dove acquistano lo statuto di eroi esemplari. Se tali personaggi reali vengono ad assumere un valore simbolico, se intorno ad essi viene costruita una mitologia, vuol dire che essi rispondono alle aspettative del momento, concentrando delle aspirazioni collettive. Sono questi gli eroi moderni, i nuovi Argonauti e nuovi Tifi (XV, 21), per citare l’Ariosto, i navigatori come Colombo, che percorrono l’oceano per ritrovar nuove terre e nuovo mondo (XV, 22).

L’edizione definitiva del Furioso contiene un passo in cui l’Ariosto esalta la figura di Carlo V e allude alle imprese di vari esploratori. Nel suddetto brano, il paladino Astolfo, dopo aver lasciato l’isola di Alcina, viaggia per mare insieme ad Andronica, personaggio allegorico, ed è questa l’occasione per l’Ariosto di fare l’apologia della Conquista, sempre sotto forma di profezia:

Veggio la santa croce, e veggio i segni

imperïal nel verde lito eretti:

veggio altri a guardia dei battuti legni,

altri all’acquisto del paese eletti:

veggio da dieci cacciar mille, e i regni

di là da l’India ad Aragon suggetti;

e veggio i capitan di Carlo quinto,

dovunque vanno, aver per tutto vinto. (XV, 23)

In queste righe l’Ariosto annuncia quello che comincia ad essere una costante nel Cinquecento epico: la conquista dei territori nuovamente scoperti e la glorificazione della civiltà europea. L’Ariosto è perfettamente consapevole del fatto che l’antica inchiesta dell’eroe errante non corrispone più alle alle nuove esigenze del momento. Non più un impreciso vagare, ormai la quête si è trasformata in una conquista con la spada svolta sotto il segno della croce. Il tema della scoperta viene subordinato qui al tema encomiastico e all’apologia delle colonizzazioni. L’imperatore Carlo V è presentato come una figura provvidenziale che deve instaurare l’impero universale, mentre i suoi conquistatori vengono raffigurati come dei crociati che combattono per diffondere la fede cristiana. Il loro compito è di vincere e di vangelizzare quelle popolazioni genericamente chiamate mille, che non hanno una loro voce e la cui cultura viene ignorata. Associando la colonizzazione alla cristianizzazione, l’Ariosto introduce quindi ciò che Zatti chiama una legittimazione provvidenziale della conquista[9].

Fra tanti navigatori, eroe prediletto è Colombo, il pioniero la cui figura offre un ricchissimo materiale per l’immaginario rinascimentale. Su di essa va citato lo studio La conquête de l’Amérique[10], il cui autore, lo studioso Tzvetan Todorov, mette in rilievo alcuni tratti essenziali del personaggio storico Colombo. Contrariamente a quello che si potrebbe credere, alla base del suo progetto di viaggio sta una motivazione religiosa: Colombo aveva letto il famoso racconto di viaggio di Marco Polo, Il Milione, in cui il mercante veneziano scrive che il Grande Khan di Cina voleva convertirsi al cristianesimo e Colombo pensa di poter aiutarlo in questo senso. E questo non è tutto; oltre alla diffusione del cristianesimo, c’è ancora un motivo: Colombo spera di trovare l’oro necessario per poter finanziare una crociata e liberare Gerusalemme. Non tanto una motivazione economica lo spinge ad intraprendere il viaggio quanto una religiosa e se egli allude tanto spesso all’oro che troverà, è per ottenere l’appoggio per attuare il suo disegno. Colombo sostiene il suo progetto con allusioni alle autorità tradizionali (la Bibbia, gli scritti dei Padri della Chiesa) e considera se stesso eletto e predestinato a portare a compimento una missione sacra: annunciare il Vangello in quelle parti del mondo dove non era ancora arrivata la fede cristiana.

Il fatto di progettare una crociata nel Quattrocento, come pure la convinzione che avrebbe scoperto il paradiso terrestre indicano che per mentalità Colombo appartiene piuttosto al passato e meno all’età moderna, che egli inaugura con la sua involontaria scoperta. Più moderno nella nostra accezione della parola è invece un altro tratto del personaggio: Colombo è molto attento alla natura e ne sa interpretare i segni, fatto che spiega il suo successo come navigatore.

In Colombo quindi, nota Todorov, esistono due personaggi: uno che osserva (il navigatore) e uno che conferma le verità conosciute prima. Colombo si fida piuttosto delle autorità tradizionali che dell’esperienza diretta e perciò fino alla fine della vita è stato convinto di trovarsi nell’Asia (e non su un continente nuovo) e sempre perciò si aspetta di trovare in questi territori i mostri di cui parlavano le enciclopedie medioevali. Nella sua relazione con gli indigeni funziona sempre un meccanismo di proiezione dei propri valori su di questi. Colombo non capisce la lingua degli indigeni, il che non gli impedisce di farli dire ciò che lui voleva sentire; di conseguenza nota che gli indiani parlano di oro, spezie ecc. Tutto questo fa Todorov concludere che Colombo abbia contribuito alla nascita del nuovo mondo senza però appartenere ad esso e che essenzialmente egli non ha quelle qualità e quella mentalità specifiche dell’uomo moderno. Ma probabilmente, aggiunge lo studioso, se Colombo non fosse stato tanto influenzato dalla cultura medioevale, dai favolosi racconti di viaggio e dalle profezie religiose, il suo progetto non sarebbe mai esistito[11].

Più interessante di Colombo il personaggio storico è Colombo il personaggio simbolico: la figura dell’esploratore genovese passa nell’immaginario collettivo, assumendo nuovi significati. Ignorato fino alla fine della sua vita, Colombo comincia ad essere riscoperto dopo la sua morte, quando si capisce l’importanza della sua scoperta. La sua celebrazione fa parte dello spirito dell’epoca. Ne viene interpretato persino il nome: per Las Casas, chierico spagnolo del Cinquecento, Cristobal significa “chi porta il Cristo”, perché questi ha aperto le porte dell’oceano per far passare il Signore nelle terre ignote; Colon, la variante spagnola del cognome genovese, viene interpretato come “chi ripopola la città celeste” e viene messo etimologicamente in relazione con la parola “colonia”[12]. Per il poeta barocco Giovanni Battista Marino, il nome di Colombo è sempre segno della sua predestinazione e sta per la colomba dello Spirito Santo che arriva là dove nessuno era mai arrivato[13]. Come scrive Zatti, uomo di un’altra epoca, Colombo subordinerà la sua impresa a un decreto divino, così che la scoperta non sarà l’effetto dell’orgoglio umano, ma l’esecuzione della volontà di Dio[14]. La figura di Colombo assume così nuovi significati: egli è tanto vangelizzatore quanto colonizzatore, binomio che caratterizza l’ideale umano del periodo. È navigatore e scopritore di nuove terre e nuovi popoli, ma soprattutto eroe cristiano. Alla funzione cosmologica si aggiunge quindi una dimensione teologica[15].

Dopo aver accennato a navigatori famosi dell’Antichità come Ercole e soprattutto Ulisse, il Tasso dedica due ottave del XV canto della sua Gerusalemme liberata alla figura di Cristoforo Colombo. Durante un viaggio, due cavalieri cristiani, Carlo e Ubaldo, vengono informati dalla personificazione della Fortuna che il liguro Cristoforo Colombo aprirà la via verso le terre ancora misteriose che si trovano dall’altra parte dell’oceano; così, gli abitanti di quelle isole lontane saranno battezzati nella fede di Cristo (ottave 22-32). Scrive il Tasso:

 

Tu spiegherai, Colombo, a un novo polo

lontane sì le fortunate antenne,

ch’a pena seguirà con gli occhi il volo

la fama c’ha mille occhi e mille penne.

Canti ella Alcide e Bacco, e di te solo

basti a i posteri tuoi ch’alquanto accenne,

ché quel poco darà lunga memoria

di poema dignissima e d’istoria. (XV, 32)

Nella Liberata Colombo viene ad illustrare un’esemplarità ed è presentato come un crociato, punto di vista affatto diverso da quello che Colombo stesso aveva su di sé. E il Tasso mette in rilievo il fatto che Colombo è degno di acquistare la gloria, che però viene condivisa dall’intera cristianità, non è soltanto gloria personale. L’eroe diventa il rappresentante di una collettività, esprimendone i valori, le aspirazioni e gli ideali. Nella figura dell’esploratore rinascimentale quello che Zatti chiama curiositas umanistica e auctoritas dottrinale[16] vanno insieme, in quanto le qualità morali ed intellettuali dello scopritore vengono messe al servizio della fede.

Ercole, Ulisse e Colombo, tutti eroi a cui accenna il Tasso nella Liberata, ciascuno con le sue caratteristiche, sono tutti circoscrivibili all’archetipale figura dell’eroe che scopre, inventa o conquista. Non di rado, nel caso di Ulisse ad esempio, l’ingegno e la propensione umana per la conoscenza si accompagnano all’orgoglio: svelando i segreti della natura, l’eroe sfida la divinità e commette il hybris per cui viene punito. Ma, dimostra Brunel, è il navigatore che rivela al mondo l’ignoto, che trova terre mai percorse, che apre nuove vie, che offre un nuovo spazio per l’immaginario[17]. L’eroe-scopritore è destinato a portare avanti l’umanità. Ed il ritratto che la Fortuna fa a Colombo, profetizzando sulle sue future scoperte, può essere generalizzato come ritratto del nuovo tipo umano proposto nel Rinascimento: l’uomo che, dopo aver lasciato dietro il cerchio ristretto del mondo familiare, s’impone in un ambiente ostile e pericoloso. Eroismo vuol dire misurarsi con la natura, sfidando i limiti stessi dell’essere umano:

Né ‘l minaccievol fremito del vento,

né l’inospito mar, né ‘l dubbio clima,

né […] altro di periglio o di spavento

più grave e formidabile or si stima (XV, 31)

riescono a fermare l’audace navigatore dalla sua corsa verso una meta fuori del comune. Affrontare l’ignoto richiede tutt’una serie di qualità che l’uomo rinascimentale possiede: ingegnosità, intraprendenza, apertura, dinamismo. Egli è un uomo di azione, che si adatta a tutti i climi, è capace di affrontare le situazioni più diverse, di analizzare i fatti e di prendere decisioni con prontezza, di assimilare rapidamente le nuove informazioni. La relazione fra i nuovi modelli umani e le strutture letterarie moderne è stata discussa anche dal critico Edgar Papu, per cui l’energico ed abile uomo rinascimentale possiede nel grado più alto due tratti essenziali: la volontà di agire, inseparabilmente unita alla volontà di conoscere[18]. Di fronte all’infinito, questi prova curiosità e non paura e quindi spinge avanti i confini, prolungando i limiti del mondo conosciuto.

Il nuovo uomo si trova in un rapporto diverso con la memoria collettiva. Acquistare la fama non è più questione di audacia nella battaglia, quando l’avversario è un altro essere umano, con cui ci si confronta in nome di un’ideologia e per affermare un codice di valori. Adesso l’uomo vince il diritto di essere ricordato dalle generazioni successive perché si è misurato non con un altro uomo, ma con la natura stessa.

La finalità pratica e il disegno preciso prendono dunque il posto dell’erranza nei poemi epici. In un brevissimo intervallo di tempo, il mondo si allarga in modo spettacolare. Si smette di viaggiare verso un centro, qualsiasi fosse questo, e ci si rivolge l’attenzione verso le periferie, verso le terre mai esplorate. L’uomo ormai si sente chiamato a trasformare il mondo, ad imporre la sua volontà sulla natura, a domare ed appropriarsi un ambiente selvatico, abitato da genti pagane. L’eroe non più erra, ma prende in possesso i territori nuovamente scoperti, trasformandoli in estensioni del centro. Un nuovo homo europaeus, l’eroe rinascimentale che scopre e conquista incarna le aspirazioni dell’epoca in cui si cristalizza un certo orgoglio degli europei quali esponenti di una civiltà che si troverebbe al centro dell’universo: l’epoca moderna.

 

 

BIBLIOGRAFIA PRIMARIA

 

LUDOVICO ARIOSTO, Orlando furioso, a cura di Lanfranco Caretti, Torino, Einaudi 1998.

TORQUATO TASSO, Gerusalemme liberata, a cura di Lanfranco Caretti, Torino, Einaudi 1993.

 

BIBLIOGRAFIA SECONDARIA

 

Roger Baillet, “L’Arioste et les princes d’Este: poésie et politique”, in Aa.Vv., Le pouvoir et la plume. Incitation, contrôle et répression dans l’Italie du XVIe siècle. Actes du Colloque international organisé par le Centre Interuniversitaire de Recherche sur la Renaissance italienne et l’Institut Culturel Italien de Marseille: Aix-en-Provence, Marseille, 14-16 mai 1981, Paris, Université de la Sorbonne Nouvelle, 1982.

Pierre Brunel, Dictionnaire des mythes littéraires, Paris, Rocher, 1988.

Corrado Bologna, La macchina del Furioso. Lettura dell’ Orlando e delle Satire, Torino, Einaudi 1998.

Lanfranco Caretti, Ariosto e Tasso, Torino, Einaudi,1967.

Enrico Cerulli, “L’Orlando Furioso nella storia culturale”, in Aa.Vv., Convegno Internazionale “Ludovico Ariosto”. Roma-Lucca-Castelnuovo di Garfagnana-Reggio Emilia-Ferrara, 27 settembre-5 ottobre 1974, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1975.

Jean Delumeau, Civilizaþia Renaºterii, Bucureºti, Editura Meridiane, 1995, vol.I-II.

Eugenio Garin, Omul Renaºterii, Iaºi, Polirom, 2000.

Eric J. Leed, La mente del viaggiatore, Bologna, Il Mulino, 1992.

C. S. Lewis, The Allegory of Love. A Study in Medieval Tradition, London, Oxford University Press, 1967.

Edgar Papu , Cãlãtoriile Renaºterii ºi noi structuri literare, Bucureºti, Editura pentru literaturã universalã, 1967

Tzvetan Todorov, La conquête de l’Amérique, Paris, Du Seuil, 1982

Sergio Zatti, L’ombra del Tasso. Epica e romanzo nel Cinquecento, Milano, Mondadori, 1996.


 

[1] C. S. LEWIS, The Allegory of Love. A Study in Medieval Tradition, London, Oxford University Press, 1967, pp. 308-309.

[2] ROGER BAILLET, “L’Arioste et les princes d’Este: poésie et politique”, in Aa.Vv., Le pouvoir et la plume. Incitation, contrôle et répression dans l’Italie du XVIe siècle. Actes du Colloque international organisé par le Centre Interuniversitaire de Recherche sur la Renaissance italienne et l’Institut Culturel Italien de Marseille: Aix-en-Provence, Marseille,    14-16 mai 1981, Paris, Université de la Sorbonne Nouvelle, 1982, pp. 86-87.

[3] Cfr. CORRADO BOLOGNA, La macchina del Furioso. Lettura dell’ Orlando e delle Satire, Torino, Einaudi 1998.

[4] Cfr. ENRICO CERULLI, “L’Orlando Furioso nella storia culturale”, in Aa.Vv., Convegno Internazionale Ludovico Ariosto. Roma-Lucca-Castelnuovo di Garfagnana-Reggio Emilia-Ferrara, 27 settembre-5 ottobre 1974, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei 1975.

[5] SERGIO ZATTI, L’ombra del Tasso. Epica e romanzo nel Cinquecento, Milano, Mondadori 1996, p. 146.

[6] Ibid., p. 151.

[7] Zatti si sofferma in questo senso sul Morgante di Luigi Pulci, sul Furioso ariostesco, sulla Liberata tassiana e sull’Adone di Giovan Battista Marino.

[8] Ibid., p. 153.

[9] Ibid., p. 165.

[10] Cfr. TZVETAN TODOROV, La conquête de l’Amérique, Paris, Du Seuil, 1982.

[11] Ibid., pp. 11-55.

[12] Ibid., p. 33.

[13] PIERRE BRUNEL, Dictionnaire des mythes littéraires, Paris, Rocher, 1988, p. 411.

[14] S. ZATTI, op. cit., p. 170.

[15] P. BRUNEL, op. cit., p. 411.

[16] S. ZATTI, op. cit., p. 154.

[17] P. BRUNEL, op. cit., pp. 407-408.

[18] EDGAR PAPU, Cãlãtoriile Renaºterii ºi noi structuri literare, Bucureºti, Editura pentru literaturã universalã, 1967, p. 181.

 

   

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