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LIMBI ȘI LITERATURI STRĂINE

2 0 0 6

GEOSINONIMIA E MODELLO LESSICALE PANITALIANO

SIMONA FIANU

 

Come qualsiasi lingua che appartiene ad una vasta comunità e forse più di qualsiasi altra lingua,[1] l’italiano contemporaneo è caratterizzato da una particolare mobilità e dinamicità  e si distribuisce al suo interno su più varietà (gli italiani regionali, l’ialiano popolare, le cosiddette lingue speciali, le varietà di scritto e di parlato) e registri (formale, informale, solenne,ecc.), in continuo movimento; all’ esterno, invece, convive in simbiosi con vari idiomi tra cui i dialetti, le lingue locali, le lingue degli immigrati, ecc[2].

Nell’italiano contemporaneo funziona inoltre un processo di moltiplicazione dei modelli linguistici che a sua volta dipende dalla moltiplicazione dei modelli di vita. E non si tratta come si potrebbe credere di modelli importati come quello americano ad esempio, bensì di modelli circoscritti allo spazio italiano. Diverse forme che entrano dall’intaliano popolare, dall’italiano parlato, dai gerghi, dai linguaggi  giovanili o dai dialetti impongono una serie di modelli linguistici che si costituiscono in altrettante varietà.Tutte queste varietà di lingua sono subordinate al concetto di italiano standard in rapporto al quale funzionano come substandard. L’italiano degli ultimi decenni è marcato da una tendenza di ascensione di questi modelli substandard verso i livelli superiori della lingua, fenomeno agevolato anche da una certa tolleranza normativa. I confini tra standard e substandard stanno diventando sempre più vulnerabili, più lassi, e la tendenza è quella di imporre un nuovo modello linguistico che non è altro che un substandard non sanzionato.[3]

Da un’altra parte, il contatto continuo fra italiano e dialetto fa riscontrare due fenomeni particolarmente importanti: da una parte si assiste ad una dialettizzazione dell’italiano e dall’altra all’italianizzazione dei dialetti. Tutto ciò si ripercuote in modo particolarmente accentuato sul lessico. Il passaggio dei vari lessemi dal dialetto all’ialiano comune e viceversa non avviene direttamente, bensì mediato dall’esistenza di alcune varietà diatopiche Text Box: 2
dell’ialiano, i cosiddetti italiani regionali[4]. Fra questi lessemi si stabilisce spesso una relazione semantica di geosinonimia.

A volte, il lessico di una lingua riflette in modo più o meno diretto la vita di una società. La persistenza dei geosinonimi, cioè di vocaboli marcati diatopicamente, che hanno  lo stesso significato e sono riferiti allo stesso oggetto ma sono usati in aree differenti, è una conseguenza diretta dell’contatto continuo  fra italiano e dialetti ma anche della storia linguistica italiana.[5]

A differenza dei sinonimi propriamente detti[6], i geosinonimi sono considerati dagli studiosi vocaboli con una diffusione arealmente più limitata, tanto da potersi identificare in alcuni casi, con una singola città o con un’area poco più estesa (cfr. Telmon 1993:132). Molti di essi non si offrono simultaneamente alla scelta del parlante perchè vengono usati in aree diverse.

Ci sarebbe da premettere che dal punto di vista semantico, si tratta di un concetto più “lasso” di sinonimia, di una sinonimia in senso ampio[7] in cui vengono neutralizzate alcune differenze di attuazione nel momento in cui si costruiscono messaggi concreti.

Abbiamo cercato di dimostrare che questo tipo di sinonimia può interessare l’italiano comune in diversi gradi e situazioni che sono stati messi in risalto. Inoltre, abbiamo trattato le cause dell’affermazione a livello panitaliano di alcune parole regionali a scapito di altre e a livello semantico  abbiamo visto come si distribuiscono e si specializzano  i geosinonimi all’interno delle principali varietà substandard.[8]

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Paradossalmente i geosinonimi riguardano principalmente il lessico tradizionale, sono concetti comuni, mai astratti, in genere voci relative alla vita quotidiana (nomi di utensili, mobili e capi di abbigliamento, alimenti, animali domestici, piante, parti del giorno, ma anche aggettivi qualificativi, verbi e avverbi di uso comune).[9] La motivazione di questa loro specializzazione onomasiologica è una consequenza del fatto che la lingua scritta, di tradizione letteraria, prediligeva i registri stilistici più alti trascurando le necessità comunicative:

Noi abbiamo oggi un vocabolario nazionale per discutere dell’immortalità dell’anima, per esaltare il valor civile, per descrivere un tramonto, per sciogliere un lamento su un amore perduto, ma non abbiamo un vocabolario comunemente accettato  ed univoco per parlare delle mille piccole cose della vita di tutti i giorni.[10]

La presenza massicia dei geosinonimi nel lessico italiano  è dovuta principalmente a due fattori: 1) la mancanza di una terminologia unificata su scala nazionale per gli oggetti comuni, per le arti e per i mestieri; 2) il potere evocativo del dialetto che può supplire, in certi casi, alle carenze stilistico-espressive della lingua comune.

I vuoti oggettivi  del sistema creati dalla mancanza di una certa terminologia tendono ad essere superati nell’italiano con il ricorso a termini regionali, alcuni dei quali, in assenza di una parola unificatrice sul piano nazionale, hanno finito per imporsi per ragioni extralinguistiche.Queste voci possono essere chiamate prestiti per necessità. Per designare “l’ombrello”, ad esempio, si usa parapioggia in Piemonte, ombrella in Veneto, Lazio e Abruzzo, paracqua in Sicilia.

Da un’altra parte, a nostro giudizio, nell’italiano odierno, specie sul piano del parlato, la parola dialettale è percepita sempre di più come una fonte di espressività ed innovazione stilistica e viene impiegata sempre di meno per riempire i vuoti linguistici colmati da una terminologia che in molti casi ha raggiunto un certo livellamento.[11] Le carenze de espessività di alcuni termini diffusi a livello nazionale, sono colmate facendo appello a termini regionali che rientrano nella categoria dei prestiti di lusso.Per designare una persona stupida si usa mona in Veneto, ciula in Piemonte, pirla in Lombardia, ecc.  Questo  fenomeno è dovuto, oltre al prestigio economico e commerciale di alcuni termini, anche all’apporto della pubblicità, di alcune trasmissioni televisive e al successo registrato da alcuni attori comici provenienti da diverse parti d’Italia.[12]

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Nella classificazione dei geosinonimi, a partire da Ruegg (1956)[13] sono stati presi in considerazione due aspetti: quello di ascendenza ascoliana che ha come punto di riferimento il toscano e quello della forza di espansione di questi vocaboli. In una coppia di geosinonimi, l’egemonia di un termine, che può portare all’esclusione dell’altro, è spesso determinata dal grado di prestigio dei termini, determinato da diversi fattori (socio-economici, politici o culturali) di cui gode una certa regione. Nel contesto italiano attuale, alla mancanza di prestigio della varietà toscano corrisponde una crescita di prestigio delle varietà settentrionali.

Questo fa sì che tutte le ricerche novecentesche sui geosinonimi a partire da Ruegg, hanno mostrato (cfr. D’Achille) come  le voci toscane non abbiano più molta capacità di espansione sul piano nazionale come si sarebbe potuto credere, “ma che siano spesso i geosinonimi di provenienza settentrionale e a volte anche quelli meridionali a rivelarsi vincenti entrando nello standard”; quindi il veneziano giocattolo ha prevalso sul toscano balocco, il toscano fantoccio è stato soppiantato dal romano pupazzo, il settentrionale adesso ha avuto partita vinta sul toscano ora[14] e sul meridionale mo’ il settentrionale brufolo sul toscano foruncolo e sul romano pedicello, la trapunta settentrionale ha annientato il coltrone toscano, il papà settentrionale il babbo toscano e sardo, l’asino settentrionale il ciuco toscano e il somaro centrale; le meridionali cozze hanno vinto contro i mitili toscani, il piemontese rubinetto ha sconfitto le centrali chiavetta e cannella, il settentrionale straccio il toscano cencio; e anche anguria sta avanzando rispetto al cocomero e ad altri geosinonimi meridionali (melone d’acqua, citrone) al popone toscano  e alla pateca  genovese e piemontese.[15] Molte delle voci toscane, quindi, sono più deboli e propense a  regredire verso un rango inferiore[16].

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A volte, (cfr. Sobrero 1988:57), due geosinonimi di cui uno di provenienza toscana, possono coesitere “alla pari”, ognuno in un proprio ambito geografico; è il caso di soffitta e solaio (nord)[17] o cocomero e melone (nord)[18].

Il prestigio su base economica (cfr. C. Grassi 2003:155) conduce ad identificare l’attività economicamente più forte con quella più degna di imporre i propri modelli linguistici. E tutto questo porta allo spostamento di termini lessicali provenienti da aree economicamente più forti verso aree più deboli. Si spiega cosi l’affermazione della voce settentrionale (ma anche industriale e commerciale) formaggio sul toscano centro-meridionale e sardo cacio appunto perchè la produzione casearia ha raggiunto un’organizzazione industriale prima nel nord che altrove. Lo stesso è accaduto per tapparella, altra voce settentrionale che ha avuto forse più fortuna di avvolgibile e serranda perchè nel nord si trovano la maggior parte delle fabbriche di serramenti.[19] La voce tinteggiatore si è imposta come termine sindacale e di maggior prestigio sul toscano e interregionale imbianchino (spesso sentito come spregiativo) e sul nord-orientale pittore usato con connotazione eufemistica e attenuativa.

Inoltre, il prestigio supportato dal cinema o dalla telvisione e una certa spinta favorita dalla pubblicità che hanno come centro irradiatore Roma tende ad imporre elementi romaneschi (benzinaro ha sconfitto, sembra, anche al nord, il settentrionale benzinaio).

Per la definizione di certi mestieri considerati umili si avverte un’influenza lessicale favorita dalle “eufemistiche” scelte sindacali.Il fenomeno è in netto aumento: il siciliano netturbino è sentito come eufemistico nei confronti di spazzino o scopino che hanno assunto un valore spregiativo.

I geosinonimi si raggruppano in coppie di termini di cui uno a diffusione sovrareggionale o nazionale (fede-vera, scorza-corteccia, riga-scriminatura, cassetto-tiratoio, mestolo-ramaiolo, ortaggi-verdura, pianterreno-pianoterra, pozzanghera-pescolla, paltò-cappotto, ecc) o addirittura, andando verso i Text Box: 6
dialetti, in lunghe catene sinonimiche (presina-presa-patta-pattina-chiappo-chiappina-cuscinetto-pugnetta, stringhe-legacci-lagaccioli-laccetti-laccioli-spighette- aghetti-fettucce, calzini-calzetti-calzerotti-pedalini, ecc.)

Bisognerebbe però, a nostro avviso, accettare l’esistenza di forme che, provenendo dai dialetti sono entrate nell’uso ufficiale tanto da non essere più nè sentite e nè registrate come voci regionali e da sviluppare ampie serie sinonimiche; è il caso delle parole[20] siciliane netturbino “spazzino”, intrallazzo “intrigo, macchinazione”, dei lombardismi bollito “lesso”, lavandino e minestrone, barbone, sberla, delle voci venete: vestaglia, contrabbando, baita, delle parole genovesi cavo, mugugno, toscane impiccione, sbraitare, pattumiera, romane iella, lagna, bustarella, menare, rimediare “ottenere”, macello “disastro”, fasullo, inghippo, scippo, tardone o napoletane sommozzatore[21] per “subacqueo” spocchia, scocciare, inciucio.[22] Tutte queste parole possono funzionare a livello sovrarregionale “alla pari” con il corrispettivo sinonimo.

Alcune delle parole dialettali si fermano però a metà strada e quindi solo all’uso esclusivamente regionale[23], e molte di esse non sono etichettate dai dizionari in alcun modo; di ambito regionale sono balcone per “finestra” in Veneto,[24] carrobbio per “crocicchio” in Lombardia[25] bornio “cieco specialmente di un occhio”, ciulare per “fregare”, o ciula per “stupido” in Piemonte[26], carnezzeria per “macelleria” panta per “tasca”, caruso per “ragazzo” in Sicilia,[27], abbacchio “agnello macellato”[28] in Lazio ecc.

Nella classificazione dei geosinonimi, occorre tener conto anche della distinzione (cfr. Grassi: 2003:155) tra geosinonimi vitali e geosinonimi desueti. I primi sono spesso legati a concetti di importanza regionale, alle Text Box: 7
usanze locali, alla gastronomia[29], ecc. Bisogna distinguere qui tra quelli che sono propensi ad espandersi arealmente (come panetteria che si è diffuso anche in aree centrali e meridionali precedentemente occupate da forno) e quelli che, pur vitali, rimangono endemici nella propria area (come stomaco per “petto” e avanzare per “risparmiare” in Piemonte).[30] I geosinonimi desueti si dividono in desueti per obsolescenza del referente (come cochetto o bigatto per il “bozzolo” e per il “bacco da seta” che non vengono più usati a causa dell’abbandono della bachicultura) o perchè si è imposto un’altro geosinonimo (come nel caso di giambone per prosciutto in Piemonte dove la forma interregionale ha soppiantato quella regionale).

Una delle particolarità che può stabilire anche le gerarchie fra i geosinonimi, riguarda la loro specializzazione semantica.[31] Molte di queste varianti diatopiche acquistano valore diafasico[32] cosicchè il parlante può scegliere fra parole neutre come schiaffo da una parte e sberla (sett.), sventola (centr.), sganassone (centr.) dall’altra. Certo che in questo caso  il discorso è abbastanza complesso perchè oltre alla differenza di registro stilistico si nota anche una differenza referenziale. Ognuno di questi termini ha il significato di “colpo dato sul viso con la mano aperta” ma mentre la voce schiaffo ha un grado di intensità zero, tutti gli altri e in più anche il toscano ceffone, al significato espressivo[33], ne aggiungono uno intensivo di “colpo molto forte”. Le differenze semantiche  possono essere verificate anche a livello contestuale. E notiamo che è il termine neutro quello più ricorrente nelle costruzioni polirematiche[34] (faccia da schiaffi, prendere a schiaffi, e mai *faccia da sberle/ceffoni/sganassoni/sventole) o nell’uso figurato del concetto (schiaffo morale a differenza di *ceffone morale). Dalla stessa serie sinonimica fanno parte anche i toscani guanciata e il più raro gotata che sono invece propri del registro aulico, letterario.[35]

I regionalismi (cfr. Dardano 1993:318) assumono tante volte valenze stilistiche negative (come ad esempio l’uso comico dei meridionalismi o delle Text Box: 8

parole circoscritte all’area laziale: pizzardone (rom.) per “vigile urbano”[36], pischello (rom.) per ragazzo[37], citrullo (mer.), fesso (mer.), scimunito (mer.)[38] per “stupido, sciocco” e con forte impronta volgare, il meridionle minchione.[39] Esistono però casi in cui una delle paole regionali acquisisce una connotazione affettiva ma anche attenuativa; è il caso della voce laziale ciuccio con il senso di “ignorante” che corrisponde al settentrionale asino e al centrale somaro. Una parola come scalogna[40] “paura”, ad esempio, di origine veneta, all’infuori del fatto che appartiene ad un registro familiare, ha anche una connotazione eufemistica.[41]

Sempre a livello diafasico  si nota una specializzazione dei geosinonimi a livello di vari sottocodici linguistici. Il toscano mondare ad esempio, oltre a sostituire nel registro letterario il settentrionale pelare e il toscano superregionale sbucciare è usato molto più spesso nel lingauggio gastronomico.[42]

Un altro toscanismo, appigionare ha smesso di lottare contro il settentrionale affittare, trovando terreno fertile nel burocratese. Uguale per il meridionale locare il quale si è specializzato a livello del sottocodice giuridico e si mostra molto prolifico dando vita ad una vasta famiglia lessicale ed idiomatica: locazione, locatrio, locativo, dare in locazione, ecc.[43] La voce toscana cotenna è più estesa della centro-settentrionale cotica nel uso elevato e tecnico mentre il siciliano netturbino è sentito come più tecnico del toscano e settentrionale spazzino e dell’interregionale scopino[44]. Un uso tecnico e commerciale nonchè di ambito regionale ha anche il termine candegina che designa la verechina, o la voce regionale rena con il signifiacto di sabbia, che è sentita come appartenente ad un registro stilistico più alto ed usata nell’ambito tecnico dando luogo anche a costruzioni polirematiche (cava di rena, rena da costruzioni, ecc)[45]. Sempre nell’ambito del burocratese ricordiamo i piemontesismi questura per “polizia” e vidimare per “obliterare”.

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In altri casi i geosinonimi possono trovarsi all’interesezione fra l’isieme diatopico e quello diastratico come nel caso della parola romanesco-laziale iella per sfortuna circoscritta nei dizionari all’uso popolare. La voce settentrionale cornuto alla quale corrisponde il meridionale becco, vine registrata nei dizionari come popolare e nell’ialiano attuale, l’uso dei verbi seccare e scocciare è senza dubbio circoscritto all’italiano popolare nonchè meridionale.[46] L’uso di imparare per “insegnare”, connotato come popolare (cfr. Grasso 2003:160) è invece limtato alle aree meridionali.

Un settore particolarmente produttivo, collocato sull’asse diastratico, che riguarda  le stesse voci attinenti ai registri colloquiali bassi è quello gergale. Nell’italiano odierno si nota un ingente ricorso a parole di origine dialettale che nascono nell’ambito gergale. Occorre distinguere a nostro giudizio tra geosinonimi provenienti da gerghi a base dialettale[47] (sbronza, sbornia[48], scuffia[49], ciucca, piomba, sumia, sgaggassa[50] designano “l’ubriacatura”, e geosinonimi provenienti da gerghi a base italiana: ad esempio il settentrionale casino o il meridionale macello per “confusione” oppure i composti rompipalle, rompitesta di origine ligure e i loro geosinonimi toscani rompistivalli, frangicapo, frangisedere (cfr. Zolli 1986:33).

Si distingono particolarmente voci appartenenti al gergo della malavita (corda[51], fum[52], polenta[53], pula[54] per “polizia”,  (nap.) colomba, (piem.) coram, (tosc.) lasagna, (laz.) pila, pantofola[55] per “portafogli”.

Esistono inoltre in ogni lingua certi gruppi di sinonimi chiamati centri di attrazione sinonimica. Questo sintagma si riferisce alle arie onomasiologiche che vengono sfruttate dai parlanti e intorno alle quali ci sono più concentrazioni di sinonimi (cfr. Ullmann 1962: 237).  Nel gergo esistono dei temi caratteristici Text Box: 10
intorno ai quali si formano ampie serie sinonimiche: il furto, la truffa, l’ubriacchezza, ecc. Dal punto di vista semantico, lo stesso linguista notava sempre nell’ambito gergale, l’esistenza di centri di irradiazione sinonimica (cfr. Ullmann 1962:239) allorquando una metafora pungente e  pittoresca viene estesa ad una larga serie di sinonimi. Per esempio scopare con il senso “fare all’amore” ha stabilito il modello di uno sviluppo parallelo in altri verbi di uso regionale come ad esempio il piemontese ramazzare[56] che ha assunto anche questo nuovo significato.

A volte la parola dialettale viene usata con funzione espressiva, emotiva o scherzosa per arricchire il lessico giovanile e quindi il linguaggio giovanile[57]. L’incidenza dei dialettismi e la loro forma varia da gruppo a gruppo e possono appartenere al dialetto della zona o a quello di un aria diversa.[58] Alcuni di essi sviluppano delle ricche serie di geosinonimi; il ragazzo omossessuale ad esempio, viene designato accanto al più vecchio finocchio e all'inglesismo gay di larga circolazione, dal lombardo  uregia, dal genovese buliccio o fricchio, dal bolognese checca[59] e dal piemontese cupio dal toscano buho (pronuncia toscana di “buco”), dal romanesco frocio[60] (ormai esteso anche in settentrione) e dal meridionale recchia.[61] Parecchi geosinonimi vengono impiegati anche nel designare la bella ragazza della comitiva: nel friulano si usa frisa, nel romanesco pischella e nel piemontese ciolla usato di più a Torino e dintorni  e ciornia usato intorno ad Asti e Cuneo ma capito in tutto il Piemonte. Per definire invece una brutta ragazza, nell'area settentrionale si usa roito mentre in quella meridionale si usa racchia e nell’area centromeridionale cozza.

In un concetto più allargato di diastratia si potrebbe iscrivere anche l’uso dei geosinonimi a livello del linguaggio maschile e del linguaggio femminile. Si è osservato che le donne sono molto più propense a far proprie le varianti più rispettose della norma e di maggior prestigio, quindi meno inclini all’uso del dialetto.[62]

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A livello diamesico, si nota  una concentrazione di geosinonimi più che altro a livello dell’italiano parlato le cui scelte semantiche sono diverse di quelle dell’italiano scritto. Nell’ italiano parlato sono frequenti voci ed espressioni con  valore elativo ed espressivo connotate diatopicamente come  belinata, boiata, (piem.) minchionata o minchiata(sic.), bischerata (tosc), fregnaccia (laz.) che significano “cretinata, sciocchezza”[63]. Si   nota inoltre uno spiccato gradimento della lingua orale per parole eufemistiche che esprimono stupore e meraviglia, anch’esse circoscritte a varie aree geografiche: mannaggia (mer.), madosca (centromer.), ostrega (ven.).

Abbiamo visto che le gerarchie fra i geosinonimi si stabiliscono in base all’intersezione fra due o più variabili socio-linguistiche che si intrecciano in qualsiasi atto di comunicazione linguistica. Sarebbe da specificare, inoltre, che esiste una convergenza tra questo fenomeno e altri più ampiamente culturali. Le parole  o i modi di dire che entrano in rapporto di geosinonimia sono a volte specchio delle realtà locali e fanno spesso appello ad elementi culturali locali.[64]

Poichè in seguito alla nostra ricerca  si è appurato che molti di questi vocaboli vengono registrati nei dizionari monolingui a volte senza nessuna traccia che possa testimoniare la loro provenienza regionale, sarebbe particolarmente interessante un’analisi più approfondita di questo fenomeno a livello lessicografico, che metta in evidenza come e in base a che criteri queste parole vengono accolte dai lessicografi e come fa il lessicografo a farsi interprete del comune sentire.[65]

La coesistenza di parole dell’italiano standard e di parole marcate in diatopia comporta delle conseguenze anche sul piano della percezione del parlante, il quale, pur convinto di usare parole o modi di dire panitaliani, usa senza rendersi conto, parole regionali per arricchire la sua competenza comunicativa o per il bisogno di espressività stilistica.[66]

La fortuna dei geosinonimi specialmente a livello dell’italiano parlato e dei registri informali può essere la consequenza della liberalizzazione dei dialetti[67] e della caduta del tabù dialettale che hanno messo l’impronta anche Text Box: 12
sulle varietà regionali. Ed “è come se si fosse liberata un’energia negativa”[68], dato che le forme lessicali regionali prima stigmatizzate, ora sono accettate nell’uso comune e spesso arricchite di connotazioni espressive ed affettive. E inoltre “salgono, approdando nel quadrante superiore delle varietà di lingua”[69].

 

GEOSINONIMIA SI MODELUL LEXICAL PANITALIAN

Rezumat

Contactul permanent între limba italiana si dialectele vorbite în Peninsula precum si inexistenta  unei bine conturate italiene standard, au drept consecinta nasterea geosinonimelor, cuvinte cu acelasi referent dar în general folosite într-un spatiu geografic mai limitat. Am încercat sa demonstram ca anumiti termeni de genul ora / adesso pot interesa, însa, si italiana comuna si ca geosinonimia reprezinta o sursa inepuizabila de expresivitate si inovatie stilistica. 

 

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Text Box: 14

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TRECCANI (2003), Il vocabolario. Sinonimi e contrari, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma.


 

[1]   L’italiano come lingua nazionale varia in modo fuori dal comune. Alla base di  questa sua variabilità stanno motivazioni di carattere storico, sociale e culturale (v. TERESA POGGI SALANI 1993).

[2]   V. SOBRERO (2003:272).

[3]   V. Il concetto di neostandard (cfr. BERRUTO 1993:21) o di post-italiano (SOBRERO 2003:277).

[4]   Ciascuna di queste varietà presenta caratteristiche linguistiche ricalcate sul dialetto dell’area. Per questa ragione, le varietà diatopiche maggiori dell’ialiano sono in un certo senso analoghe alle grandi famiglie dialettali. Si distingono infatti (cfr. SOBRERO 1988:56) varietà settentrionali, varietà mediane, varietà meridionali, una varietà toscana e altre varietà diatopiche minori come quella siciliana e quella sarda.

[5]   La quale è stata segnata per secoli dal fatto che, almeno fino all’unificazione politica, l’italiano è stato una lingua prevalentemente scritta mentre la comunicazione parlata avveniva per lo più, anche per le classi colte, in dialetto. Dopo l’unificazione politica, quando si sono create condizioni sociali e culturali nuove, tra cui anche l’avvento dei mass media, si è finalmente avviato il processo che ha portato  l’italiano a diventare, nell’arco di un secolo, da lingua prevalentemente scritta anche una lingua parlata dalla stragrande maggioranza della popolazione.Quindi, l’italiano, come lingua paralata dall’intera nazione ha alle spalle una vita breve nel confronto della lingua scritta che gode di una imponente tradizione letteraria.

[6]   Che devono avere in comune lo stesso referente, l’appartenenza alla stessa varietà funzionale, la stessa possibilità combinatoria con altre forme linguistiche, la stessa situazione diacronica e la frequenza statistica. (cfr. DARDANO 1993:317).

[7]   Alcuni studiosi romeni (v. DSL) fanno la distinzione tra sinonimia in senso ristretto (sinonimia di sistema, di lingua), che rispetta le condizioni sopraelencate (4) e per la quale l’analisi componenziale mette in risalto un’identità assoluta e sinonimia in senso ampio (sinonimia di uso, di attuazione).

[8]   Per studiare questo fenomeno linguistico ci siamo avvalsi, oltre al supporto bibliografico, di un corpus di centoventi serie geosinonimiche, risultate in base allo spoglio di tre importanti dizionari di sinonimi (DE FELICE 1991 e DE MAURO 2002, Treccani 2003). In più, per stabilire la zona di provenienza delle parole e la loro frequenza a livello dell’italiano comune, è stata verificata la presenza dei termini analizzati nei dizionari (DE MAURO 2000 e ZINGARELLI 1998). Accanto alle fonti orali e televisive, una fonte attuale,  ormai fondamentale per valutare la consistenza dell’uso di un lessema che abbia riscontri geosinonimici e alla quale abbiamo fatto frequente ricorso per verificare l’estensione dell’uso, è rappresentata dal Internet e dai suoi motori di ricerca.

[9]   A questo proposito DE MAURO (1963:31) constatava sul piano del parlato “l’assoluta carenza di onomastica panitaliana” che riguarda queste arie onomasiologiche.

[10]  Cfr. E. PERUZZI apud TERESA POGGI SALANI (1993:223).

[11] Per varie ragioni che cercheremo di illustrare più avanti, uno dei temini impiegati per designare  un certo oggetto concreto  si è imposto a livello nazionale, soppiantando i suoi geosinonimi.

[12]   A cominciare dagli anni cinquanta, quando cominciano a diffondersi voci appartenenti alla varietà romana, mediatrice anche di molti meridionalismi, grazie ad attori come  Alberto Sordi. Importante anche il contributo di Walter Chiari o di Gino Bramieri per i lombardismi, di Gilberto Govi per le voci ligure o di Totò,  Peppino de Filippo o Massimo Troisi per i termini napoletani. Oggi, molti termini dialettali entrano nell’uso comune anche grazie al successo di attori come Roberto Benigni e Giorgio Panariello per la varietà toscana, di Luciana Litizzetto per quella piemontese, di Gabrielle Cirilli per la varietà romana, o addirittura grazie alla pubblicazione di libri come Sola come un gambo di sedano di Luciana Littizzetto o Chi è Tatiana? di Gabrielle Cirilli (v. Bibliografia) per citarne solo alcuni dei libri che si trovano nelle librerie e sulle bancarelle di tutta l’Italia.

[13]   Nel 1956, Robert Ruegg attuo un’inchiesta nel corso della quale aveva sottoposto a 124 soggetti, provenienti da 54 province italiane, una lista di 242 nozioni comuni divise in 14 arie onomasiologiche di uso comune.Risultò che una sola nozione era espressa con un solo termine il “caffè forte al bar”, a cui corrispondeva la voce espresso. Per il resto,  la Penisola si rivelava molto ricca di geosinonimi (88 % delle nozioni era designato in più di due modi diversi, fino ad un massimo di 13).

[14]   Anche se secondo DE FELICE (1977:188) ora prevale su adesso. Certo che questa preminenza di un geosinonimo sull’altro è a volte molto incerta e soggettiva e stabilire con esattezza l’estensione di un vocabolo di questo tipo non è un compito molto facile. In più la situazione cambia anche dal punto di vista diacronico.

[15]   Gli esempi sono stati tratti da D’ACHILLE (2003:59), DE FELICE (1977: 109-117), (1991).

[16]   DE FELICE (1977:184) è dell’opinione che più che di geosinonimia vera e propria si deve parlare di rango di geosinonimia e quindi propone la categoria “rango”nazionale, regionale e dialettale dei geosinonimi.L’area di diffusione dei geosinonimi varia moltissimo: si va dalla diffusione sovrarregionale “fede” per “anello matrimoniale” ad esempio o provinciale (tosc. aghetti per “stringhe”) a quella interregionale (formaggio al nord, cacio al sud). Inoltre, in ogni punto, una variante locale  può coesitere con una regionale, interregionale e superregionale: calzerotti (tra Firenze e Pisa)/calzini (tosc)/calzette (lig)/pedalini (centrale)/calze (superreg.).

[17]   Notiamo però in questo caso una differenza referenziale fra le due parole, dato che (cfr. DE MAURO 2000) soffitta designa il vano compreso tra l’ultimo piano di un edificio e il tetto adibito a luogo di deposito e abitazione, mentre solaio è adibito solo a luogo di deposito e non include l’abitazione.

[18]   Anche se la stagrande maggioranza degli studiosi – vedi BERRUTO (1981:225), DE FELICE (1977:187), D’ACHILLE (2003:59) concordano sul fatto che la parola più usata nel Settentrione è anguria e tutti i suoi sinonimi sono poco usati o noti soltanto passivamente.

[19]   V. Anche (cfr. DE FELICE 1977:190): lavello che come termine commerciale e industriale si è imposto sul settentrionale lavandino, sul toscano acquaio e su lavabo (specifico per l’impianto del bagno); idraulico come termine tecnico-professionale e di prestigio sociale ha soppiantato i settentrionali lattoniere e ottoniere, il ligure piemontese stagnino, il tubista lombardo, il trombaio toscano e lo stagnaro laziale.

[20]   Cfr. SENSINI (1996:353).

[21]   A cui corrisponde il veneto palombaro.

[22]   Questi vocaboli dialettali, i cosiddetti dialett(al)ismi, (utilizziamo la terminologia DI GRASSI 2003:153 apud CANEPARI 1990), percorrono una strada abbastanza tortuosa poichè passano nell’italiano comune tramite la mediazione non indifferente degli italiani regionali e vengono adattati al sistema fonomorfologico dell’italiano cosicchè la loro nuova veste grafica li rende a volte addirittura irriconoscibili a differenza dei prestiti più recenti. Cambiando terminologia, gli stessi vocaboli sono noti con il nome di ex-regionalismi specifici in Sgroi (1981:85-86) e prestiti storici e generalizzati nella lingua comune in Telmon (1990b:15).

[23]   GRASSI (2003:153) apud CANEPARI chiama regionalismi i lessemi di questo tipo per distinguerli dai dialett(al)ismi soprammenzionati. Per quel che riguarda la distinzione tra regionalismi specifici (che si riscontrano in una determinata area linguistica) e regionalismi isomorfi (usi comuni a due o più varietà) o tra regionalismi isomorfi primari e secondari (comuni o no alla varietà letteraria), vedi SGROI (1981:82-83).  

[24]   Cfr. GRASSI (2003:153).

[25]   Cfr. DE MAURO 2000 ma ricordato anche da LORENZETTI (2002:41) che lo considera piemontese.

[26]   Fonti orali.

[27]   Cfr. DE MAURO 2000.

[28]   Cfr. LORENZETTI (2002:41).

[29]   V. Vaccinaro nel sintagma coda alla vaccinara (cfr. TELMON 1993:135).

[30]   Cfr. TELMON (1993:135).

[31]   Che dipende da alcuni parametri fondamentali che si intrecciano in ogni produzione linguistica: diatopia, il mutamento della lingua nello spazio,  diastratia, la variazione legata alle condizioni sociali dell’utente, diafasia, la variazione che dipende dalla situazione comunicativa e la diamesia il mutamento della lingua secondo il mezzo fisico impiegato (scritto o parlato).

[32]   Ma anche diamesico e diastratico. “Per il lessico (cfr. SOBRERO 1988:57) sembra imporsi una considerazione specificamente diafasica e diamesica, in quanto la sinonimia topograficamente coesistente tende ad essere sfruttata per configurare varietà diasituative e varietà stilistiche”.

[33]   Ceffone (cfr. CESENA 1990) sembra addirittura più sonoro ed efficace dello schiaffo.

[34]   Dovuto a nostro giudizio al fatto che l’ espressione idiomatica è già sentita di per sè come molto espressiva.

[35]   Tutti gli esempi commentati in questo paragrafo sono risultati in seguito allo spoglio del Dizionario critico dei sinonimi italiani (1991), DE FELICE, e del Dizionario dei sinonimi e dei contrari (2002), DE MAURO.

[36]   Chiamato a Milano ghisa.

[37]   A cui corrisponde ad esempio il sett. toso.

[38]   A cui corrispondono il lombardo scherzoso pirla, i toscani grullo e bischero, il laziale fregnone, il piemontese salame o il sett.pistola e il settentrionale balengo. La serie sinonimica può essere completata con il più elevato deficiente, anch’esso connotato in diafasia.

[39]   Molti di qesti sono connotati anche in diastratia dato che certi dizionari (v. DE MAURO 2002) li registrano come voci popolari.

[40]   Coesistono accanto ad essa il settentrionale volgare sfiga o i termini colloquialli spaghetto o fifa. A Trieste e nel Friuli col termine scalogna si indica la “cipolla” e secondo una credenza popolare difusa nel Friuli, chi tocca la cipolla, in quel giorno sarà sfortunato al gioco (v. ZOLLI 1986:74).

[41]   Tutti gli esempi commentati nel paragarfo sono raccolti da fonti orali e telvisive e confrontati poi con DE FELICE il Dizionario critico dei sinonimi italiani (1991), DE MAURO, Il dizionario dei sinonimi e contrari (2002).

[42]   Vedi la stampa e le trasmissioni televisive che trattano questo argomento.

[43]   L’esempio è riportato da DE FELICE (1990:187).

[44]   V. p. 6.

[45]   Esempi tratti da DE FELICE (1991).

[46]   V. p. 30.

[47]   I gerghi (cfr. Lorenzetti) sono varietà linguistiche parassite, nel senso che si sviluppano sul tronco delle lingue che li ospitano prendendo in prestito le loro strutture grammaticali; dal punto di vista del lessico, i gerghi sono varietà a sè, che creano le proprie parole modificando quelle correnti nella forma o nel significato.

[48]   Che può significare anche “brusco innamoramento”.

[49]   Idem 42.

[50]   Voci regionali piemontesi riportate da PANSA (2000:8). Ci sembra particolarmente interessante il fatto che  le prime quattro fra  queste voci dialettali piemontesi sono ormai entrate a pieno titolo nella lingua italiana, essendo registrate dai dizionari come di uso popolare (v. DE MAURO 2000, versione elettronica).

[51]   Cfr. FERRERO (1991:107) designa la polizia a Torino, Bologna, Firenze, Napoli e Palermo, perchè lega l’arrestato e perchè la corda o fune era il tormento che si dava ai rei per indurli a confessare: cfr. la locuzione piemontese de dla corda a un “usare artifizio per levare a uno di bocca segreti o alcuna notizia” (Sant’Albino).

[52]   A Torino perchè molesta come fumo negli occhi (idem 45).

[53]   Nelle Puglie per il color giallo dei gradi (idem 45).

[54]   Con la variante puglia, voce di largo impiego in tutte le regioni perciò registrata anche dai dizionari (v. DE MAURO 2000).

[55]   Firenze, Roma, Napoli, Bari.

[56]   Voce appartenente al gergo militare.

[57]   Il linguaggio giovanile è in primo luogo una varietà diafasica o situazionale della lingua (un registro quindi), usata in varie situazioni comunicative e in secondo luogo una varietà diastratica in quanto connessa al gruppo (v. MARCATO 2002:43).

[58]   I dialettismi vengono usati spesso per designare caratteristiche personali che il gruppo considera negative e ciò ne dimostra la funzione ludico-espressiva (v. MARACATO 2002:47). A volte l’elemento linguistico locale può essere utilizzato anche come fattore di rinforzo dell’identità del gruppo.

[59]   Voce registrata anche da De Mauro come termine gergale.

[60]   Per quel che concerne l'etimologia di questa parola, c'è chi ritiene che derivi da feroci, epiteto lanciato contro i lanzichenecchi che misero a sacco Roma nel 1527 e che nella loro furia stuprarono indistintamente uomini e donne. I lanzichenecchi, quelli svizzeri tedeschi del papa si ritrovano anche nella etimologia più diffusa di tutte, secondo la quale essi, inclini all'omossessualità erano anche forti bevitori che avevano quindi le froge (narici) del naso rosse e gonfie motivo per cui vengono chiamati frogioni o frocioni, tuttora in uso a Roma con il nuovo significato (cfr. HOSTETTLER 2002:36).

[61]   La serie sinonimica è però molto più ampia: pedale, purpo, travone, biadesivo ecc.

[62]   Al dialetto sono associate connotazioni di viriltà e di aggressività che si insericono con facilità nella tendenza degli adolescenti maschi a far uso di forme comunicative verbali e non verbali che possono essere considerati simbolo di viriltà (M. A. CORTELAZZO 1995, 585).

[63]   Cfr. MASINI (2003:48) e DE FELICE (1991).

[64]   V. Per il linguaggio giovanile (cfr. GRASSI, SOBRERO, TELMON 2003:15) la cartina che riporta la serie geosinonimica dell’espressione marinare la scuola: fare Sicilia in Sicilia che è stata interpretata come “leggere il giornale della Sicilia”o fare l’ora riferito al giornale L’ora di Palermo, fare vela in Sardegna o a seconda della regione bigiare (lomb.), bruciare(ven.), fare schissa (piem.), ecc.

[65]   “Nei casi di effettiva geosinonimia, ogni lessicografo è oggettivamente in difficoltà, registra e definisce quando e come può (ora si basa sulla lessicografia anteriore, ora si affida alla sua competenza della lingua viva).Cosi, da questo punto di vista, anche il vocabolario con le sue presenze o assenze può diventare, a suo modo, specchio della varità dell’italiano” (v. TERESA POGGI SALANI 1993:218).

[66]   Il fenomeno si riscontra specialmente nel caso degli scrittori, ma anche a livello del parlato colloquiale o gergale.

[67]   Negli ultimi 10-15 anni, sia lo Stato che l’Unione Europea hanno fatto di tutto per rivalutare le lingue locali (v. SOBRERO 2003:274).

[68]   SOBRERO (2003:274)

[69]   Idem.

 

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